LUCIA, CHE AVEVA UN SOGNO


 Lucia aveva conosciuto Marco a Rimini. Lei gracilina e dolce e un po' perduta; lui forte, alto, bello. 

Ormai la stagione estiva era finita e le sere di Settembre ne erano la prova. Si erano conosciuti sul lungomare, per lei la passeggiata serale era la consuetudine. 

 Lui un po' spavaldo l'aveva subito fermata; chiedendole se le andava di camminare insieme, Lucia si girava e lo guardava e rimaneva incantata. 

Una sera lo vide piuttosto pallido e teso. Capì subito che qualcosa non andava. Lui era un eroinomane.  Lei trascinata nel vortice, lo diventò poco dopo. Marco era figlio di una famiglia piuttosto agiata, che lo aveva messo subito con le spalle al muro: o comunità o fuori casa. Lui forte di un discreto conto in banca, associato a un orgoglio fuori luogo, scelse la strada. Lucia figlia di operai molto umili e realisti,  infatti papà si chiuse nel suo silenzio di dolore, mamma non faceva altro che piangere. 

Non l'avrebbero mai buttata in strada, non sarebbe sopravvissuta; Lucia sentiva il dolore e la sofferenza,  si sentiva in colpa, cercava parole  per affrontare la sua solitudine ma non le trovava. E Marco era ben poco presente, perduto nella sua dipendenza. Lucia lavorava a gettone, poi faceva fatica a rimanere concentrata. 

Al telefono Marco era sempre sbrigativo. Rituale e poco altro. Lei aveva capito di essere una delle tante, ma si raccontava di non saperlo. Quel giorno di Settembre dell'anno dopo le mandò un messaggio, a Marco arrivò. Aveva visto le "alette" bleu ma da lui nessuna risposta. 

Lei ci provava tutti i giorni, a farsi "una vita reale". Ma senza punti di riferimento, tutto le sembrava vuoto, irraggiungibile. Però pensava che in tutto ci può essere bellezza. Fece su una borsa con lo stretto indispensabile per un viaggio di 8/9 ore. Non aveva detto nulla a casa. Provava paura, vergogna, dolore. Arrivò alla stazione appena in tempo. Pioveva. Dopo tre ore di viaggio, cominciò ad avere dei brividi. In borsa aveva due alternative. Un buco e 60 mg di Metadone. Scelse la prima, entrò nel bagno. Stava salendo il benessere semisintetico, calore e torpore. Uscì dal bagno e nemmeno si era accorta del tipo incazzato che aveva aspettato 10 minuti. Fanculo pure a te, fanculo mondo! 

Intanto di Marco nessuna traccia. La mamma le aveva scritto "Dove sei?", le aveva risposto "poi ti chiamo tranquilla". Arrivò alla stazione, scese, chiamò Marco ma sentiva solo un rumore indistinto,  lontano. Intorno i rumori di una stazione. Facchini, valigie, frenesia, qualche tossico barcollante, una coppia che si baciava profondamente. Un gruppo di pellegrini, suore, un agente Polfer che la guardava ma non in modo severo. Fuori dalla Stazione si sedette su una panchina, chiamò Marco, nada. Nessun segno di vita il suo amore sognato. Cominciò a camminare, poi a correre a caso. 

Poi ad urlare. Corri come il vento che ti accarezza le spalle, corri come il treno, CORRI ! Poi la curva,  l'incrocio, stridore di freni, odore di bruciato... 

Adesso Lucia non ha più voglia di sognare. 




(autore) Carlo Franceschini

Commenti

  1. Racconto realista, pieno di emozioni vive che si infrangono in una fine violenta e quasi cercata. Grande Carlo. Spero di leggere altro ancora di te. Un abbraccio. Lamberto.

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