FINALE DI STAGIONE

 


Allora sei un genoano? Sì, perché? Avete problemi? Cosa ci fate con dei bolognesi? Sono cazzi nostri, modenese del cazzo. Anche nostri figlio di puttana.

Il genoano provò a tirare un pugno in faccia allo Squalo, forse lo prese ma nello stesso tempo subì la sua feroce reazione, noi intanto cominciammo a fare parapiglia con altri genoani e un bolognese. Credo sia stato il battesimo del fuoco di noi Brigate Gialloblù, poco prima della partita con il Genoa al Braglia. Era l’inverno della stagione millenovecentosettantacinque settantasei. Per la cronaca perdemmo due a zero, loro erano primi, in B, noi terzi. Lo Squalo era il più grande di noi e veniva dai Boys, nati nel millenovecentosettantadue e confluiti quasi tutti nelle Brigate Gialloblù fondate inizialmente da una quindicina di noi sanbiagini: lo Squalo appunto, Verdura, Gino, Gazzo, Carloso, Bubu, Topo, Mortadella e un’altra decina, me compreso. Credo fosse la partita con il Vicenza, autunno del millenovecentosettantacinque. Dopo quella giornata siamo traslocati dalla gradinata alla curva sud. Riconosco di essere stato il meno costante in fatto di militanza continua nel gruppo, visti anche i miei vagabondaggi politici, ciò non vuol dire che la nostra amicizia sia mai venuta meno.

Sarà il caso o una strana combinazione, ma la prima trasferta come Brigate, fatta in treno, era stata a Reggio Emilia. Tarda primavera del millenovecentosettantasei, avevo compiuto i sedici anni da pochi giorni. Eravamo in diverse migliaia ma non tutti del nostro gruppo, ci mancherebbe. Dalla nostra nascita come Brigate era passato poco tempo e a parte qualche amico che abitava in altri quartieri, abitavamo tutti vicino a San Biagio, una piazzetta tra le più nascoste e meno note del centro di Modena, almeno fino a quando non siamo nati noi. Quella minuscola e interna piazza iniziava a essere conosciuta e nominata con astio sincero dai bottegai e bigotti del centro storico. Quel Biagio santificato forse è stato il più maledetto, per molti anni, anche dai credenti.

Di quella prima trasferta ricordo uno scialbo pareggio in bianco ma una doppia felicità: le teste quadre ormai erano condannate alla retrocessione e noi eravamo ancora tra le prime sette di serie BPoi gli inevitabili incidenti di fine partita scoppiati alla stazione di Reggio, con carica finale contro gli ultras reggiani del Ghetto fatti scappare dopo che ci avevano sparato contro con una lanciarazzi: premuto il grilletto era esploso un boato cupo e secco che aveva lasciato per alcuni istanti una lunga scia di fumo bianco ad indicare il percorso appena concluso. Il ritorno  in treno, breve ma intenso, era accompagnato da un sole estivo e dai nostri sorrisi adolescenziali, immersi nell’illusione di un futuro di successi per gli amati gialli, di rivoluzione per la maggioranza di noi barricaderi di sinistra estrema. Previsioni più fallimentari i nostri sensi non potevano partorire. Sta di fatto che in quegli anni una nuova musica accompagnava il nostro nomadismo, nei campi spelacchiati della città, con le porte senza reti quando andava bene, le trasferte in treno con il suo ritmico suono, oppure in curva, la nostra seconda casa, dove ogni stagione nasceva e moriva là dentro, dalla prima all’ultima giornata. Era tutta una nota vivace che facevamo nostra con i dischi o i concerti che riuscivamo a sentire. Musica che alla domenica era accompagnata dalla inconfondibile voce di Ciotti che interrompeva Ameri dal Comunale di Torino in “ Tutto il calcio minuto per minuto”. Era la radio ma con le loro voci vedevi le partite.

Ho conosciuto tante stazioni in quell’inquieta adolescenza seguendo i gialli insieme agli amici delle Brigate. Così come a prendere confidenza col  fluire del tempo e a credere che esso esista solo nei nostri pensieri che lo scorrono come un pesce disorientato in correnti ignote. L’avventura di un giorno era eterna nel suo svolgersi, di colpo però, senza avviso, diventava già un ricordo quando in officina, con lo strazio di quelle ore senza fine, solo la consapevolezza che si sarebbe conclusa anche quella tediosa giornata mi teneva vivo per la prossima partita. I binari, percorsi su e giù dai vagoni che frullavano metallici e lentamente, poi sempre più veloci, poi ancora lentamente sino a quando il cuore macchina li fermava a una stazione: questa è la vita. Adesso i binari sono percorsi da silenziosi vagoni che non ti fanno quasi accorgere di arrivare a destinazione se non fosse per una voce che te lo ricorda.

Ora che sono costretto da questa influenza globale a restare in casa, percepisco la libertà di cui abbiamo goduto ma non abbastanza apprezzata. I binari della gioventù avevo sentito da un collega adulto in mensa, non ti fanno accorgere che sei, vai, stai, te ne andrai.

Gino era l’amico che andavamo spesso a prendere quando usciva dalla galera.
Amici mi siete mancati, due anni dentro sono tanti. Com’era il mangiare Gino? Non male, spesso i miei mi mandavano un pacco. Oh! Potreste anche portarmi il borsone che pesa assai, begli amici che siete. Col cazzo Gino, sei stato dentro due anni a non fare niente, noi invece a lavorare nei cantieri in giro per Modena. Lavora un po’ tu ora. Proprio dei figli di puttana siete! Senti chi parla. Andava spesso in quel modo mentre ci portavamo a San Biagio raccontandocela e sghignazzando mentre uno di noi rollava una canna: Verdura, Mortadella, Bubu o chissà chi c’era quella volta. Forse ne ho rollate qualcuna pure io, mentre Mortadella, con la voce uguale a quella di Tognazzi, aggiornava Gino sugli ultimi eventi.

Avevo diciannove anni, ero a soldato in una caserma punitiva e insieme a un commilitone organizzai la prima evasione e sempre con lui, in treno, fuggimmo momentaneamente da Cividale del Friuli per andare a Mestre dove i gialli avrebbero giocato. Arrivammo un poco prima delle Brigate così quando ci incontrammo all’uscita della stazione, dopo abbracci e pacche di saluti iniziammo il corteo verso lo stadio ed io mi ripresi un poco di quella libertà che lo stato mi aveva recluso in quell’anno di naia. Erano mesi che non vedevo i miei amici più cari e dopo un’iniziale rissa in curva con alcuni mestrini, iniziammo a raccontarcela alla grande con alcuni tra loro, come Bambi, il mio amico fraterno, o il grande Gazzo, Carloso, Quintaletto, Pippo, Amedeo, Verdura, Mortadella, Gino. Mi confermarono i timori che avevo avuto alla prima e unica licenza di fine estate: non immagini quanti tossici ci sono, anche in mezzo a noi, mi raccontavano mentre le squadre facevano l’ingresso in campo e il cielo plumbeo di fine inverno era colorato dai nostri fumogeni gialloblù. Per la cronaca finì uno a uno e quell’anno fummo promossi noi e non il Padova e anche se fu una promozione da poveri, fu il nostro unico campionato di C2. A giugno, o fine maggio, non ricordo bene, festeggiammo alla grande con il rituale tuffo nella fontana.
Più che vivi eravamo selvatici e in molti di noi, in un angolo semibuio del nostro profondo, esisteva uno spirito votato alla solidarietà verso i più deboli. Niki era uno di noi, anche se molto ritardato mentalmente, come guai a chi toccava Agonia, Diavoletto e Sergio il beat.

In quel periodo stavamo crescendo tanto e molte compagnie di ragazzi della città che condividevano la nostra stessa passione per i gialli cominciarono a frequentarci e a organizzare loro gruppi, sempre tenendo noi come riferimento. Tra i nostri primi vanti ci furono amici arrestati per rissa e disordini. Diversi finirono dentro per alcune settimane. Sul più bello, come in tutte le curve d’Italia, constatai nei fatti quello che mesi prima avevano detto gli amici: un’invasione di roba mai più vista. Addirittura non trovavi più fumo, in certe giornate, quasi come fosse stato sovrastato dal monopolio dell’eroina. Di lì a un anno o due, appena ventenni o poco più giovani, abbiamo iniziato ad accompagnare diversi di noi al cimitero. Anche se in curva eravamo sempre più numerosi, a metà anni ottanta era tanta l’eroina che vi circolava e a ogni fine partita le siringhe ai cessi non si contavano. Così come quelli che si facevano in treno e poi si addormentavano fatti duri. Alcuni di loro, invece di scendere alla stazione della città nella quale avremmo seguito i gialli, tiravano dritto, immersi nel loro torpore oppiaceo per svegliarsi chissà dove.

In mezzo a tutto quel caos drogato molti di noi riuscivano a entrare senza pagare, specie nei derby contro le teste quadre. Domani sfonderemo, ci dicevamo in San Biagio il sabato prima dell’incontro, mentre si pensava alle coreografie, ai cori e a come coglierli di sorpresa per caricarli. Spesso gli scontri finivano per essere più feroci con gli sbirri e anche lì ci facevamo valere, avendo fatto pratica, diversi di noi, con la guerriglia urbana all’interno del movimento del ’77.

Nati tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, siamo stati una generazione intensa ma effimera, verso la fine degli anni ottanta l’eroina ne aveva già sterminati a migliaia in Italia e Modena risultava uno dei fronti più micidiali. Tra di noi la vita media era di trenta, quarant’anni. La stagione dei funerali delle Brigate è iniziata presto. Verdura è stato il primo a essere stato accompagnato nel suo ultimo viaggio. Poi sono venuti Amedeo, Lella, Papalla, Nino, Mortadella, Massimo, Paloma e tanti atri nel mezzo. Per quasi tutti è stata la roba ad averli uccisi o le sue letali conseguenze nel tempo. Nino, Papalla e Paloma sono morti per altro ma sempre troppo giovani se ne sono andati. Gino ci ha lasciato tra gli ultimi, quattro anni fa.

Questa estate ci siamo visti come Vecchie Brigate all’inaugurazione di un murales dipinto da uno di noi dentro la nostra curva. Reduci, con quasi mezzo secolo di tifo, scontri e casini vari. Ancora inselvatichiti e un poco persi nel nuovo mondo, tra VAR, calcio in tv, Daspo di anni.

Abbiamo ricordato la recente promozione dei gialli ai danni delle teste quadre, che è sempre una soddisfazione, mentre era tirato il telo e il murales compariva bello, dai colori vivaci, con le date e i simboli, come quello del Jolly Roger, che ricorda noi e tutti i ribelli. Al rinfresco abbiamo bevuto più che mangiato e qualcuno aveva con sé del fumo. Per un attimo mi ero estraniato dal gruppo e mentre lo guardavo, vedevo noi trent’anni fa, tra i gradoni della vecchia curva sud, una tra le più brutte al mondo, intenti a un’azione di gioco, o nell’attimo di un boato a una nostra rete, o alle prese con bestemmie e imprecazioni per un rigore subito. Rivedevo Gazzo, magrissimo e sempre tra i primi, Carloso, già ispirato e pieno di poesia, Pippo, che ora sembra Frank Zappa invecchiato e a quei tempi ne era il sosia, Bambi e Pillola. C’erano tutti, anche chi è morto. C’erano Alessandro, fratello di Carloso e altri, poco più giovani di noi, che hanno continuato con il marchio, anche se ora ci sentiamo tutti Vecchie Brigate. Anche loro con rughe quasi come le nostre che parlano dei tanti scontri. Ho spinto il pensiero ancora più indietro nel tempo: tarda primavera del millenovecentosettantasette, Modena contro Monza. Ultima di campionato. Se noi perdiamo, retrocediamo, se il Monza vince, va in A. Partita da dentro fuori. La curva già piena come un uovo un’ora prima del fischio d’inizio. Riguardo il murales, chi è sopravissuto e ancora resiste mentre beve dalla bottiglia e si accende l’ennesima paglia. Siamo gli stessi con tutta questa vita da ricordare. Gli stessi come quando convinsi Bambi a venire allo stadio la prima volta: prendevamo il sole sul terrazzo delle Dogali il giorno prima di quell’incontro decisivo con il Monza, il panorama del Braglia davanti a noi brillava e sembrava aspettarci come un vascello addormentato al molo, prima di imbarcarsi nell’ignoto dell’oceano. Dici che mi potrà piacere? Io credo di sì Marco, prova a venire, anche solo una volta. Era finito nel tunnel e come noi ci è rimasto. Forse ha visto più partite di me.

Dopo aver scoperto il murales ci siamo fatti alcune foto di gruppo davanti ad esso. Tra di loro ho risentito quell’antica sicurezza che mi dava San Biagio quando capitavo da quelle parti dopo che ero stato mollato da una donna, mi avevano licenziato, ero triste o semplicemente erano mesi che non mi facevo vedere. Faro della mia vita, mi sentivo sempre accolto come se ci fossimo visti il giorno prima. Con gli immancabili Gazzo e Mortadella a farmi il punto della situazione.

Quella partita con il Monza la vincemmo noi, due a uno, fermando quella giornata nella nostra memoria come quella a Brescello o il Goal di Gagno. Nell’ indecisione se andare via riguardo il murales e loro mentre continuano a bere e risento Ciotti, a tutto il calcio minuto per minuto, mentre Modena e Monza facevano l’ingresso in campo: pienone al Braglia. Al fischio finale l’invasione era d’obbligo. Tutti noi della curva davamo l’esempio allo stadio saltando la rete per buttarci in campo e portare i nostri in trionfo. Alcuni provarono ad andare a fare a schiaffi con i tifosi del Monza, pochi a dir la verità, tutti stretti in curva piscina tra migliaia di tifosi dei gialli. Saluto gli amici e riguardo il murales mentre mi porto all’uscita con quest’immagine, rimasta in bianco e nero; per me è la più vera perché c’eravamo tutti, comprese le ombre di coloro che, di lì a pochi anni, si sarebbero aggiunte alle nostre: Amedeo, Turi, Benci, il Piccolo, fratello di Mortadella, la Monica e i suoi due fratelli, Picchio e Vito e tanti altri. Avremmo spaccato il mondo; se i gialli fossero andati a giocare a Liverpool noi li avremmo seguiti, anche se eravamo tutti ignoranti in inglese, tranne Bambi. 

 Voglio ritornare indietro, per la Madonna. Voglio di nuovo i miei scontri, la mia età giovane, voglio ritornare indietro. Chi si ricorda Vicenza? Che ci tiravano le arance con le lamette dentro. I vicentini. E le botte che poi ci siamo dati. Voglio ritornare giovane, mi mancano i miei scontri per Dio. Quanto mi mancano!

Quasi un urlo quello di Pippo, con la sua voce roca e antica, nata in Sicilia. Urlo mandato in chat in uno dei tanti giorni nei quali, tra noi delle Vecchie Brigate, si discuteva sui gialli o sulla partita vista o che verrà. Si ha voglia di rimanere ancora dentro quegli anni senza crescere più. E se capita di morire fare finta di niente e insistere ancora a vivere come solo da giovani si è capaci di fare. Anche mezzo morti.

Se devo pensare alla partita più bella sicuramente sarà quella ancora da giocare. L’attesa sarà come sempre religiosa anche per noi non credenti. Ci sarà uno stadio da tutto esaurito con una curva sud che luccicherà come il sole di luglio ma sarà accarezzata da un’aria leggera e pulita, come dopo un temporale. La luce avrà quella trasparenza nella quale vedrò che ci siamo tutti, anche chi se n’è andato prima di noi. Nessuno dovrà mancare in quello che sarà il più bel giorno.  

(autore) Lamberto Dolce.




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